Parrocchia San Remigio Vimodrone

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ORATORIO NON SOLO DIVERTIMENTO. TESTIMONI DI CRISTO TRA I GIOVANI


Chi è il giovane che vive in questo momento della storia? E' il giovane di questo millennio

· che vive molte appartenenze.
Il suo modo di vivere è scandito tra molteplici appartenenze, condizioni, riferimenti culturali; compone in una unica esperienza varie biografie, senza attribuire ad alcuna di esse un carattere preminente o esclusivo; mette in atto scelte e decisioni che abbiano la caratteristica essenziale di non precludere le molteplici opportunità che la vita presenta o fa intendere di poter avere a disposizione. Vive in modo naturale l'esposizione a un contesto sociale differenziato; è più disposto a fare un mosaico che a cercare un baricentro, a districarsi in un mercato di bancarelle che a seguire un corteo. La sua vita si snoda su più poli non necessariamente in relazione fra di loro. A ciascuno di questi viene attribuito un valore, perché risponde a esigenze che altri non sono capaci di esaudire. La realizzazione è attorno a più poli: policentrica, o attorno a più zone diverse dal centro: eccentrica. Non c'è la preoccupazione di ruotare attorno a un fuoco, ma di destreggiarsi nella molteplicità delle situazioni scavando da tutte utilità, vantaggio per qualcosa che ancora non è, ma che a poco a poco costruisce.

·
che amplia sempre di più le possibilità di sperimentare.
La vita è soprattutto riuscire ad ampliare sempre di più le possibilità di viverla. E' importante fare molte esperienze, arricchire continuamente l'esistenza, moltiplicare incontri, confronti, panorami, scenari, emozioni; piace una vita varia, articolata, densa di stimoli e di sollecitazioni, continuamente aperta alla novità. La felicità non abita nel quotidiano, ma nello straordinario. Le scelte fondanti che esigono selettività e gerarchia, o il ricondurre la vita in termini di unitarietà e priorità non è nel modo di pensare dei giovani. Si sente sempre su un crinale che ti può far piegare su un versante o su quello opposto che è assolutamente di segno diverso dal primo; non c'è una scelta tra il bene e il meglio o tra il male e il peggio, ma tra il bene e il male, tra la regolarità o la trasgressività, tra il ragionato e il demenziale: dipende dalle occasioni, dai contesti, dallo stato d'animo, dalla compagnia

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che vive una nuova ricerca religiosa e spirituale al cospetto del mondo.
Oggi, contrariamente a qualche decennio fa, i giovani sono tornati a porsi domande religiose e se le pongono in un contesto di grande pluralismo, a contatto quotidiano con esperienze religiose differenti. Nel paese più piccolo si devono confrontare con islamismo, buddismo, esperienze di chiese cristiane sorelle, religioni indù. Tutti hanno ragioni e convinzioni da proporre, testimonianze spesso più radicali delle proprie. Tutti avanzano pretese di esclusività. La secolarizzazione che viveva della autosufficienza dell'uomo di fronte alla dimensione religiosa è per lo meno bloccata. Hanno una domanda di trascendente, che si sviluppa su sentieri nuovi, un po' disorientata; è una domanda che non sempre incontra le proposte della comunità cristiana e rischia di perdersi in un nuovo paganesimo, in movimenti confusi come la new age, se non in involuzioni magiche e settarie.

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che esprime una forte esigenza di radicalità.
Il clima di libertà che caratterizza le nuove generazioni nei confronti degli adulti e delle ideologie porta il giovane che ha domande religiose a fare delle scelte più consapevoli e quindi a volere il massimo dall'esperienza religiosa. Non ci si accontenta più di appartenere sociologicamente a un modo di pensare, a dei riti collettivi, a delle abitudini e tradizioni, ma si vuol cogliere il centro della esperienza religiosa. La figura di Gesù Cristo esercita un fascino particolare per i giovani che vivono negli ambienti legati alla comunità cristiana o che ritornano alla fede dopo averla abbandonata nella prima adolescenza, anche se non sempre sono aiutati a fare di Gesù il centro della esperienza di fede, la vera risposta al bisogno di Dio e alla ricerca di un Padre che fa breccia nei cuori e riempie l'insicurezza. Il problema pastorale oggi non è costituito tanto dal rifiuto aprioristico della religione, quanto dal modo in cui la fede dichiarata diviene (oppure non diviene) fede vissuta.
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che ha difficoltà nel progettare il futuro.
Molti giovani vivono traumaticamente il rapporto col futuro, sia perché se ne sentono scippati dal mondo adulto, che secondo loro hanno lasciato questo mondo "come si lascia un panno sporco in lavanderia", sia perché non intravvedono una prospettiva globale, ideali alti, cose per cui val la pena di impegnarsi e per cui vivere. Il futuro è al massimo uno straordinario nero o bianco che sia, positivo o mortale come purtroppo spesso capita, in cui sembra abiti la felicità.

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che domanda un massimo di relazioni e si esprime con nuovi linguaggi (musica, corporeità, arte...).
Il forte desiderio di relazioni, la globalizzazione dell'informazione e dei mezzi di comunicazione di massa favorisce i contatti tra i giovani e in particolare i loro nuovi linguaggi (musicali, artistici in senso lato...). Navigare in Internet è per loro naturale e li fa sentire protagonisti di nuovi mondi, abitanti di un villaggio globale. In tutte le latitudini la musica, i ritmi, le espressioni della corporeità sono gli strumenti attraverso cui passano i manifesti del modo di vivere dei giovani, il loro modo di pensare, di mettersi in comunicazione tra loro e con gli adulti, l'aspirazione agli ideali e alla realizzazione dei propri sogni.

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che sperimenta fragilità e solitudine di fronte allo sviluppo e al consumo.
Ma l'esorbitante numero di occasioni, di proposte, di iniziative che vengono offerte, di beni materiali e di consumo disponibili distrugge la capacità di scegliere, di decidere, di orientarsi; rende fragili. E' per loro difficile trovare riferimenti morali soprattutto riguardo alla vita affettiva e sessuale, riguardo all'uso dei beni, del tempo della loro stessa giovinezza. Desiderano molto più di quanto propone loro la società o gli adulti, ma le fonti dell'etica diventano sempre più soggettive.

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che si crea spazi informali alternativi in cui decidere di sé.
La sperimentazione di sè e del mondo dei valori, le prove di futuro vivibile, di collocazione di sè rispetto a tutto quello che capita avviene in quei campi in cui i giovani possono determinare la loro esistenza autonomamente, e cioè nei luoghi dell'informale: tempo libero, mondi espressivi, relazioni affettive e amicali, luoghi del consumo, dei viaggi, delle emozioni, della ricerca di significati. Questi luoghi si distanziano sempre di più dagli spazi istituzionali. Non solo, ma vengono considerati istituzionali quegli spazi, anche molto vicini a loro come l'oratorio, che non hanno visto la loro azione nel configurarsi o che non li interpretano, in cui non si sentono più rappresentati.




NB I mondi vitali, spazi dell'ambivalenza.

Ma sopra tutti e sopra tutto, il fenomeno che più caratterizza i giovani d'oggi, sia adolescenti che oltre i diciott'anni è la ricerca di spazi di vita propri, di luoghi in cui passare il tempo senza pagare pedaggi, né fisici, né di simboli, né di immagine: la banda, il muretto, la squadra, la compagnia, il gruppo musicale, la piazzetta, le vasche del corso, la spiaggia, i concerti, il pub, la discoteca, la notte, l'automobile; gli spazi virtuali, la musica, il fumetto e internet. Li hanno sempre chiamati spazi vitali, io oggi li chiamo spazi dell'ambivalenza, perché è in essi che il giovane risolve gli esiti della sua vita, decide da che parte stare, definisce le sue scelte, prende le sue decisioni. Ogni decisione deve essere "live", in un contesto in cui pulsa l'esistenza, l'amicizia, il sentirsi vivo e libero.
Sono gli spazi in cui oggi i giovani vivono, si incontrano, sognano, si relazionano, decidono, stanno bene, aspettano che passi il tempo, sballano, si scambiano esperienze e decisioni di vita, e in cui emergono anche le domande religiose. Non è sempre stato così. Sono quattro o cinque decenni che i giovani si costruiscono loro luoghi, si defilano dalla realtà adulta, inventano una sorta di società parallela, sicuramente non autosufficiente, ma del tutto impermeabile a presenze non gradite di adulti, si costituiscono come una questione o almeno una sottocultura.
Qui, anziché nei luoghi istituzionali a ciò dedicati, come la scuola, la parrocchia, la famiglia, i giovani pongono la forza e l'emotività necessarie per andare avanti nella vita e per decidere che farne. Ce ne potremmo scandalizzare, ma è così. Per le relazioni affettive, per la decisione degli studi da compiere, per i rapporti sociali, per la appartenenza alla Chiesa, per la dimensione religiosa spesso influiscono di più questi mondi vitali che il giovane si crea che i nostri luoghi istituzionali. Sono spazi che si ritaglia contro tutto e contro tutti: lo spazio della notte, lo spazio del tempo libero, dello stare, delle cuffie, delle amicizie, della solitudine, dell'attesa indefinita, del silenzio, della ricerca, del girovagare, del rispondere alle convocazioni. In questi spazi si formulano domande, si insinuano sogni, si accendono vocazioni, si cerca il senso e lo si elabora. Questi spazi creano al giovane una sorta di piattaforma da cui è necessario partire per qualsiasi viaggio nella vita, per qualsiasi ricerca di risposte o aiuti o prospettive. E' in atto una forte destrutturazione dei luoghi di vita dei giovani.
La casa del senso è la vita quotidiana con il suo insieme di relazioni, esperienze affettive, attività del tempo libero. Il senso lo va scoprendo entro i luoghi dell'invenzione della speranza e della constatazione delle delusioni, nel ricamo di percorsi che inventa con la sua motoretta o la sua macchina, nella progettazione delle risposte alle sue aspirazioni che avviene spesso nel gruppo del muretto, nella passeggiata sul corso, ai bordi dei campi da gioco o nei parchi, sui tediosissimi spostamenti in bus per andare a scuola o al lavoro, nelle amicizie di una stagione... Qui nascono e si formulano le ricerche e i primi tentativi di risposta al vivere. Qui affondano in strati impensati della coscienza individuale i perché della vita che non risparmiano nemmeno i più superficiali e distratti. Qui, tra la sopportazione del caos del traffico e la fuga nel proprio mondo veicolato dalle cuffie si affacciano le inevitabili domande di ulteriorità. Che parentela ha tutto questo con il luogo solenne di una celebrazione liturgica o col gruppo troppo ristretto di amici che in parrocchia o nel movimento ha fatto quadrato attorno a se concentrandosi e difendendosi dagli estranei?

Questi luoghi non sono necessariamente fisici o geografici, possono essere anche virtuali, come i fumetti e mass media. E sono gli stessi luoghi virtuali che spesso creano i luoghi fisici: la musica crea la discoteca e il concerto; il fumetto crea la compagnia; il giornale crea il circolo culturale e viceversa, Internet crea news group che si danno appuntamento via Internet in luoghi fisici per vedersi e uscire dalle proprie solitudini, la radio crea riconoscimento tra gli amici.

 


Se è qui che pulsa la vita che ne deriva?

Buttiamo a mare le istituzioni, la famiglia, la scuola, la parrocchia, l'associazione, l'oratorio? Neanche per sogno, anzi è proprio da qui che deve partire una decisione di educazione diffusa, che si concretizza in alcune conseguenze:

· La prima conseguenza è che i luoghi di ritrovo dei giovani sono sfidati a diventare i nuovi spazi educativi. Se lì costruiscono i loro ideali, maturano le loro scelte, rispondono alle loro domande anche profonde, con spontaneità, possibilmente lontani dagli occhi degli adulti e di qualsiasi organizzazione, è importante che giovani e adulti che abitano questi spazi siano all'interno di essi capaci di offrire ragioni di vita e di speranza, farsi punti di riferimento informali. Ciò esige che tutti siano chiamati in causa per questa opera, siano aiutati e preparati, siano sostenuti dalla comunità cristiana, dalla società civile, da raccordi intelligenti tra l'una e l'altra. Non vogliamo far diventare scuola il tempo libero, parrocchia il corso delle molteplici "vasche", gregoriano il rock, famiglia la compagnia, ma valorizzare la carica enorme che essi si portano dentro per una umanità rinnovata.

· Riesce a dialogare col giovane solo
chi sa condividere gratuitamente questo suo mondo, chi non lo snobba, chi non dice solo i difetti che lo colorano, chi non lo demonizza, anche se non fa il compiacente, chi non sta comodo in attesa che passi, chi non perde la sua identità per accalappiare, ma chi la sa riscrivere sulla sua onda, entro le nuove espressività e ricerche.

· Sembra che oggi le istituzioni riescano meglio ad offrire ciò che necessariamente hanno il dovere di mettere a disposizione dei giovani se sanno collegarsi a questi areopaghi. Questo significa che
la scuola, la famiglia, la parrocchia non possono ignorare il tessuto di relazioni che i giovani costruiscono in queste realtà con i loro linguaggi e modelli di vita. "Non possono ignorare" è ancora troppo vago, occorre vedere in concreto che cosa significa. Sicuramente non si intende abbassare il tono di una proposta forte sia culturale che religiosa, non si intende fare il verso alle mode, nemmeno però pensare che tutto quanto viene dalla cultura della notte, dai muretti, dai concerti, dai pub in cui si fa musica dal vivo, da squadre di calcio, da compagnie del tempo libero, da gruppi e band musicali, da bande di motorini, da gruppi folcloristici sia tutta zizzania da evitare e da dimenticare quando si prega, quando si fa catechesi, quando si educa a rispondere con generosità alla vocazione al matrimonio, alla vita consacrata, alla vita tout court. In questa affermazione ci sta sia la necessità di un intervento educativo non formale, sia la consapevolezza che ogni discorso che si fa per intercettare i giovani sulle strade della vita quotidiana non può fare a meno di una struttura istituzionale alle spalle che da una parte prepara e sostiene l'azione.




Le prospettive che ogni spazio si deve dare

1. Non c'è una pastorale giovanile di frontiera specializzata, difficile, sulla breccia, che tenta solo di fare quello che si può e una pastorale giovanile più tranquilla, parrocchiale, chiusa nel suo piccolo mondo o gruppo. La frontiera passa entro i gruppi, entro le appartenenze o le distanze, attraverso le persone, attraverso le vite di ogni giovane che viene aiutato a vivere il vangelo. Tra i lontani ci sono desideri di santità e tra i vicini ci sono tentazioni di delinquenza. Per tutti i giovani occorre andare sempre all'essenziale: proporre un incontro con Cristo vivo, esigente, non scontato.

2. La comunità cristiana è chiamata ad essere luogo accogliente per ogni giovane; è chiamata a diventare, e non solo o soprattutto a inventare, una task force di accoglienza, per poter essere casa accogliente per tutti, dove tutti possono trovare gente attenta alle domande che vengono dalla solitudine dei giovani. Le nostre parrocchie non possono offrire solo la chiesa luogo del culto come spazio di relazione. E' il punto di arrivo di un cammino, non un dato scontato. E' un ambiente spesso non disponibile negli orari della loro vita di aggregazione. Apriamo le chiese quando vanno a dormire e le chiudiamo quando si mettono in circolazione.

3. Gli animatori o educatori alla fede devono essere preparati non chi a gestire un gruppo e chi a lavorare sulla strada, ma tutti alla capacità di diventare interlocutori dei giovani in ogni situazione. Una preparazione a 360 gradi, una attenzione a tutta la variegata popolazione giovanile. Nel sistema formativo degli educatori ci deve essere per tutti prima una esperienza di presenza propositiva negli spazi aggregativi informali (muretto, piazza, birreria...) dei giovani e solo in seguito un lavoro nei gruppi formativi. I corsi per educatori saranno tirocini severi di costruzione di capacità educativa che nasce dall'ascolto, dalla condivisione, dall'esperienza anche del fallimento, dalla consuetudine col mondo giovanile. I giovani sono una risorsa, non un problema, anche i più poveri.

4. La comunità cristiana deve trovare la forza e la determinazione di mettersi al servizio della cultura della vita per tutti i giovani, e non solo per chi frequenta, in termini gratuiti, senza sperare ingrossamento delle proprie fila e senza condizionare il proprio interessamento per loro alla appartenenza al proprio mondo. Il diritto all'educazione, a sentirsi proporre con passione ragioni di vita, è un diritto sacrosanto come il diritto alla vita all'istruzione, al lavoro. La comunità cristiana si spende per i giovani perché per tutti ci siano spazi di crescita in dignità e responsabilità. Per questo si apre a tutte le possibili collaborazioni col territorio, a tutte le stimolazioni e i richiami necessari per rendere la società propositiva di valori per il mondo giovanile, fino a dare vita a una sorta di costituente educativa, per dare forza a una educazione diffusa.

5. I nostri modelli formativi vanno orientati maggiormente alla missionarietà che per molti è ancora vista come una preparazione intellettuale nel chiuso di un ambiente asettico in attesa di ulteriori non mai sufficienti motivazioni ad andare. Probabilmente occorre ripensare a fondo il concetto di formazione, uscire dallo slogan e vederlo a prova di missionarietà. I giovani e gli adulti sono operatori di annuncio e di proposte educative a tutto il vasto mondo giovanile solo se vengono educati a una vita cristiana aperta. Non annunciamo la fede che abbiamo, ma abbiamo la fede che annunciamo. L'annuncio rigenera le comunità giovanili e ogni comunità cristiana. Che esperienza di Gesù, di Chiesa, che spiritualità, che accoglienza del vangelo deve avere un giovane o un adulto cristiano per essere formatore alla fede dei giovani di oggi? Non è certo un Gesù oggetto da possedere o una Chiesa che si esaurisce nel perimetro delle dinamiche di gruppo o una spiritualità consolatoria, o un vangelo affrontato a macchia di leopardo per trovare conferme alle precomprensioni anziché inviti alla conversione. Occorre una formazione centrata sul vero essere cristiani, cioè aperti a tutto il mondo giovanile, alla missione.

Si deve tendere non a fagocitare nelle esperienze più o meno istituzionali le esperienze di frontiera e nello stesso tempo a non ridurre tutta la pastorale giovanile a interventi di frontiera, ma a far circolare le ricchezze di tutti per favorire la crescita di una comunità ecclesiale veramente interlocutrice del mondo giovanile, con il non troppo segreto intendimento di aiutare anche la società a confrontarsi in maniera nuova con il mondo giovanile.



Lo spazio che offriamo: l'oratorio

L'oratorio è crocevia

* di volontà educative
che dicono che i giovani sono accolti solo perché sono giovani
E' necessario che una comunità cristiana e civile cambi atteggiamento nei confronti del mondo giovanile: nè paura, debolezza, disinteresse... nè autoritarismo o disprezzo, ma accoglienza responsabile.

* di protagonismo giovanile
I giovani devono essere messi in condizioni di costruirsi la propria vita, rischiando e pagando in prima persona per i loro ideali. Le esperienze di responsabilizzazione sono più scarse della capacità di assumerle.

* di ricerca culturale a tutto campo
I giovani non sono una cultura, ma danno origine a linguaggi che forzano la cultura a orientarsi in direzioni nuove; immettono nella società una nuova sintesi del comportamento o, meglio, sono i primi a incarnare le nuove sintesi che si condensano nei vari passaggi generazionali. Danno per scontato quello che altri hanno conquistato; si trovano ad avere a che fare con nuove situazioni da vivere, soffrire o godere, senza saperne la provenienza. Lo sforzo di capire è molto alto, ma indispensabile. La cultura è loro necessaria come l'aria, per capire dove sono collocati e che cosa possono esprimere di sè in termini originali.

* di spazi di vita quotidiana orientati all'intercettazione della proposta cristiana
Tra la strada e la chiesa, luogo di culto, si colloca l'oratorio che non è un condensato della povertà della strada, ma nemmeno un prolungamento della sacrestia. E' capace di interessare la vita e per questo ha la capacità di essere crocevia come la strada, ma nello stesso tempo è attirato verso le risposte fondamentali della vita, come fa la Chiesa. E' il luogo in cui si può guardare la vita al rallentatore, si aiuta il giovane a tenersi in mano l'anima tutto il giorno. (In genere i giovani lasciano l'anima sul comodino la mattina quando si alzano e la riprendono la sera quando vanno a dormire, con qualche mezzo segno di croce).

* di approfondimento della vita cristiana
La vita cristiana non è un dato scontato: ha bisogno di essere snodata in tutte le sue possibilità e profondità. Dove possono trovare i giovani spazi di ricerca, esperienze alla loro portata, approfondimenti al momento giusto? Come si possono fare incontrare la domanda alta e la offerta spesso troppo timida e complessata o sorpassata della comunità cristiana. Se qualcuno vuol sapere seriamente che significa essere cristiana, qui può trovare spazi di approfondimento, entro iniziative che si progettano qui e che non necessariamente si sviluppano solo qui.

* di decisioni di spendersi per gli altri
Uno dei difetti della nostra proposta formativa è quello di attestarsi solo sul campo dei ragionamenti. E' la rabbia di quei responsabili degli oratori che hanno già passato l'età della giovinezza e stanno ad aiutare in oratorio; sono forse un pò refrattari alle riflessioni, ma sicuramente non vogliono ridurre il cristianesimo solo a un cumulo di riunioni di gruppo attorno a un tavolo. L'oratorio permette di far diventare concreto l'essere per gli altri, sia per le attività interne, sia soprattutto come punto di appoggio per attività esterne, esperienze caritative, di assistenza, di servizio, di volontariato.

* di gente che coltiva i sogni con loro.
C'è ancora uno sporgersi dalla parte dei giovani che oggi si rivela essenziale: la condivisione di visioni utopiche della realtà, caratterizzate da tanta ingenuità, ma passaggi indispensabili a una presa di distanza dal materialismo imperante anche nelle figure educative, genitori compresi, dalla riduzione della vita a schemi predefiniti, dall'adattamento al ribasso, dalla compressione del nuovo che, se pur deve fare i conti con la realtà e la cultura, ha sempre qualcosa di vitale da proporre, non fosse altro che per confermare e riesprimere in maniera originale i valori che già si vivono. Generazioni di giovani sono state addormentate dal principio di realtà, dall'aver ascoltato la raccomandazione di tenere i piedi per terra fatta da adulti timorosi. L'abolizione della pena di morte, la liberazione dalla schiavitù della prostituzione, il condono del debito ai paesi poveri, la convivenza di etnie, religioni, culture distanti e contrapposte, la fine delle guerre regionali, pregare assieme tra religioni diverse, un mondo più pulito sono sogni della stessa natura che aveva qualche anno fa l'utopica caduta del muro di Berlino, l'utopica unità europea, l'utopica comunicazione globale senza limiti di Internet, l'utopica messa al bando delle mine antiuomo, (anche se non è ancora finita la battaglia), l'utopica convergenza di tutte le chiese cattoliche su un progetto pastorale come la preparazione al Giubileo... Poche cose? Coltivare i sogni è rischioso; si finisce per fare il giovanilista, si cerca audience, oppure ci si misura sempre con la tensione interiore dell'uomo, che Dio ha seminato in tutti, e che un po' alla volta tutti mettono a tacere, quando si comincia a diventare adulti? Per coltivare bene i sogni bisogna darsi alcuni semplici criteri, come il sognare assieme, il distinguerli dai bisogni, il metterli in sinossi con la Parola di Dio, il non spaventarsi se in essi si delinea la croce, perché stanno diventando realtà.

* di animatori che propongono con coraggio e determinazione una vita cristiana piena
Il primo sogno da coltivare è Gesù Cristo. Ne ha i contorni, i rischi, la provocazione, l'utopia, la forza, l'orizzonte, la magia, l'attrazione, l'invincibilità di fronte a tutte le riduzioni, ma anche la non riduzione a qualsiasi di essi. Se c'è qualcosa che i giovani di oggi chiedono a chi fa professione di religione, ai guru, ai santoni, alla gente schizzata per un ideale è il centro della sua fede, non i fronzoli. E quando si propone la ragione, il centro, non si può fare la faccia da bulldog, fare il professionista che estrae gli schemini per semplificare l'approccio, che fa sconti sulla difficoltà, che ammansisce la decisione, che fa il mestierante, che confonde il centro con l'organizzazione, con la stessa morale, con incrostazioni culturali e comodità di tradizioni. Ma la proposta di Cristo deve affascinare. Ci sentiamo sul collo il fiato dei giovani che non negano di star bene anche senza di lui, di avere una vita valida e grintosa anche senza "andare a messa", di trovare soddisfazione e valori in molte espressioni dell'umanità, nell'arte, nella musica, nello sport, nella stessa comunità degli uomini, di fare profonde esperienze di dono e d'amore anche indipendentemente da Cristo e fuori della Chiesa. Cristo non si è mai imposto sui fallimenti umani e non si è mai proposto come alternativa obbligata; non è una vetrina da rompere in caso di incendio, anche se non si tira indietro nell'offrirsi come speranza per la disperazione, compagnia per la solitudine, pienezza per l'esperienza di vuoto. E' affascinante perché è lui, è attraente per la sua bellezza, irrimediabilmente convincente per la sua gratuità. Bellezza, gratuità, fascino, amore sono strade da percorrere e da approfondire in un mondo di giovani che sembra non avere bisogno di nulla, di aver conseguito una autonomia e autosufficienza, ma non certo mai rispetto all'amore. La crescente domanda religiosa dei giovani, anche se molto confusa, è segno di una inquietudine esistenziale che riemerge sopra ogni sicurezza e dentro ogni autosufficienza.




Appendice

Oratorio e notte dei giovani.

Le convinzioni da cui si parte:
1. Necessità di ridare all'oratorio la possibilità di essere un crocevia di giovani che nella vita quotidiana cercano senso per la loro vita, una casa abitabile senza tessere di iscrizione, uno spazio in cui sentirsi protagonisti e capaci di dialogo, proporre idee e accogliere valori, ricercatori di Dio e attenti a percepire i percorsi necessari per incontrarlo, desiderosi di offrire energie e di impiegarle per gli altri…. L'oratorio è insomma un luogo educativo che interpreta la vita del giovane e la orienta alla vita credente.
2. L'oratorio è sempre un ponte tra la strada e la chiesa; non è la somma delle povertà della strada vista come luogo del qualunquismo e della assenza di proposte e nemmeno il prolungamento della sacrestia, intesa come somma di momenti di catechesi o celebrazioni liturgiche per gli addetti ai lavori. Deve essere un cuore pulsante nella vita del giovane
3. Oggi molti oratori si sono ridotti o a svolgere tornei di calcio separati da qualsiasi percorso educativo o a tenere riunioni di gruppo per catechesi o per la vita associativa, senza aggancio al vasto mondo giovanile. I giovani li hanno abbandonati e non li ritengono più gli spazi del loro tempo libero. La notte è uno di questi spazi spesso non abitati da proposte o presenze educative. A molti giovani gli oratori risultano del tutto sconosciuti o inagibili.
4. La notte con tutto il suo carico di equivocità è uno spazio in cui i giovani si scatenano, si sentono realizzati, si esprimono, si incontrano, stabiliscono le trame fondamentali della vita. Per molti il rientro a casa non è prima delle tre del mattino in almeno una sera del fine settimana.

Noi proponiamo che l'oratorio intercetti questa cultura della notte, sia attivo nei confronti dei giovani, sia capace di fare proposte.

Le condizioni:
1. Consolidare l'esistente, fare bene quello che sempre abbiamo fatto, ma non nel senso che stiamo tranquilli sulle cose di sempre per dirci che avevamo ragione. L'accento va posto sul consolidare e sul fare bene. Devo sapere che il giovane che ho davanti è colui che vive in quegli spazi, colui che vive anche la notte, colui che anche lì deve essere cristiano e missionario. Devo allora qualificare maggiormente l'educazione, l'incontro, il tratto, l'accoglienza, la libertà, la coscienza, le motivazioni, l'apertura, la creatività, la responsabilità, la conduzione in proprio di esperienze di vita e di fede, la sua vocazione, la spiritualità laicale di impegno ecclesiale e civile, tutto quanto cioè è già lavoro dell'oratorio.

2. Studiare con passione e distacco la cultura della notte, collegarla alla realtà del giorno. Sappiamo tutti che i giovani spesso riempiono di sballo la notte perché vivono una giornata che non li interpreta o che li frustra, che non riescono a dialogare con l'adulto per mancanza di linguaggi condivisi e ancor più di ascolto reciproco. La destrutturazione delle appartenenze, la cancellazione dei confini tra il bene e il male, l'immersione nell'anonimato, la voglia di uscire dal controllo, la sincerità delle relazioni, la predisposizione ad approfondire le ragioni della vita in un dialogo franco (quanti giovani usano la notte per la direzione spirituale!): sono tutti elementi da comporre in una lettura a vari livelli.

3. Pensare l'oratorio per progetti, non per muri o spazi o adempimenti da routine. I progetti devono essere in grado di interessare il mondo giovanile, di mettersi sulla loro lunghezza d'onda, sulla ricerca di comunicazione, di stare assieme, di gestire la propria corporeità, i propri gusti, la propria domanda di religiosità al di fuori degli schemi già preconfezionati. E' una sorta di progetto "fine settimana" con suoi metodi, con suoi animatori, con suoi programmi, con una sua capacità di creare interessi, mediazioni, relazioni, spazi di incontro, momenti espressivi qualificati. E' prevista all'interno di un progetto fine settimana sicuramente la presenza di preti per la direzione spirituale, il colloquio educativo personalizzato. Le attività di oratorio classico, come sempre sono state fatte, possono e devono continuare. Così è delle riunioni di catechesi, dei momenti formativi associativi, dello sport, delle attività di volontariato. Oggi si vuole introdurre nella vita dell'oratorio anche questo progetto, come alcuni anni fa si è introdotto il progetto "Grest o settimana estiva" con tempi, animatori, obiettivi, attività proprie diverse dalle solite. Non è un espediente per attirare giovani da parte di una comunità che non sa dedicarsi ai giovani anche durante il giorno, ma la consapevolezza di essere chiamati ad offrire ancora di più il proprio servizio educativo già ben impostato.

4. Il soggetto interessato a questo progetto non può essere il prete da solo, il gruppetto degli educatori che già fanno catechesi, vita associativa, vita di gruppo, la parrocchia isolata e autosufficiente, una associazione. Il soggetto è sicuramente una comunità fatta di famiglie, di adulti e giovani, di responsabili della società civile, è un insieme di parrocchie, è una zona pastorale o una unità pastorale, un mettere assieme le energie e offrire esperienza di comunione, contro la frammentazione. Tenuto conto della estrema mobilità del mondo giovanile nella notte, se una diocesi avesse anche solo due o tre esperienze di questo tipo collegate tra di loro potrebbe essere una buona alternativa al niente educativo di queste ore. E' chiaro che un progetto di questo tipo rende l'oratorio meno parrocchiale e più legato al territorio o alla zona pastorale.


Don Domenico S.

Segreteria Parrocchiale

  • Telefono: 02 2501339
  • Email: ufficio.parrocchiale@fastwebnet.it
  • Indirizzo: Parrocchia San Remigio | piazza Vittorio Veneto ,3 | 20090 Vimodrone (MI)

La Segreteria Parrocchiale si occupa di tutte le attività amministrative della parrocchia ed in particolare della preparazione dei certificati ufficiali previsti dal diritto canonico della Chiesa Cattolica e dal Concordato Stato-Chiesa (soprattutto per ciò che riguarda il Matrimonio).

WebMaster: webmaster@parrocchiasanremigiovimodrone.org

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